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20 Ottobre 2017

Un santo di successo

Francesco d’Assisi è il personaggio dell’epoca medievale per noi piú conoscibile e di fatto piú conosciuto. Questo perché ci restano di lui circa una trentina di scritti e perché ha suscitato presso i suoi contemporanei uno straordinario desiderio di tramandarne la memoria, attraverso cronache, ricordi, riflessioni, leggende e biografie. Ognuno di noi – almeno una volta – si è chiesto, però, se il Francesco che conosciamo sia frutto di una costruzione degli agiografi o di una verità storicamente attestata. Ognuno di noi si è chiesto se Francesco, cosí come ci è stato tramandato, sia davvero esistito o se sia il frutto di inevitabili cliché. Gli agiografi – lo sappiamo – fanno il loro mestiere, scrivono «biografie» che non hanno come scopo il raccontare i semplici fatti di vita di un individuo, ma di magnificarne l’eccezionalità. L’agiografia è del resto «un discorso » pronunciato «in morte», che come tale – come già avveniva presso i Romani con l’encomio funebre – deve esaltare i meriti e sottacere le eventuali debolezze. L’agiografia medievale, per giunta, non è – come il panegirico d’età classica – una semplice celebrazione del singolo, ma ha soprattutto una funzione moralizzatrice e pedagogica. Funzione che si espleta durante i riti, allora seguiti in massa e con regolarità in tutta l’Europa cristiana. L’agiografia si propone allora come manifesto, come programma di lavoro, da illustrare in occasione delle grandi celebrazioni liturgiche, domenica dopo domenica, festa liturgica dopo festa liturgica, in ogni remoto angolo della cristianità e nella lingua allora comune, il latino. Nel Medioevo, il libro liturgico per eccellenza – quello che riscuote maggiore attrattiva presso l’uditorio – è infatti il santorale, un libro per noi oggi dimenticato e quasi sconosciuto. Nel santorale erano raccolte le vite dei santi di cui la Chiesa di Roma celebrava la festa. Da esso si leggeva la vita dell’uomo o della donna, di cui ricorreva l’anniversario di morte, non solo con l’intento di ricordare la sua vicenda, ma anche con quello di presentare un modello, un esempio che fungesse – tanto per i laici quanto per i religiosi – come monito a ben operare. Oggi quel libro non è piú in uso presso di noi e ricordare qualcosa della vicenda del santo o dei santi, di cui ricorre l’anniversario, è cosa ardua e lasciata alla libera iniziativa dei sacerdoti. Conosciamo, cosí, sempre meno delle vicende di quei santi, le cui feste, nel Medioevo, scandivano il ritmo della vita quotidiana, tanto da venire usate come riferimenti nei documenti notarili, nelle epistole e nelle cronache: i prestiti scadevano a san Giovanni, le locazioni ai santi Gervaso e Protasio, le nozze erano fissate per san Michele, la riscossione dei tributi ordinari a san Martino e il pagamento delle decime a san Patrizio. Le fonti agiografiche – per le finalità con le quali nascevano – risultano di difficile utilizzo se vi si intende recuperare – in via esclusiva – il profilo reale della vita di un santo. Francesco, però, lo abbiamo detto, ha avuto un destino eccezionale tra i santi dell’epoca, perché nelle persone che lo conobbero – dai suoi primi compagni al cardinale protettore del suo ordine, dai molti cronisti che ebbero il privilegio di udirlo a quelli che non lo incontrarono, ma ne ebbero comunque notizia da testimoni oculari – ha suscitato un profondo, quanto insolito, desiderio di tramandarne la memoria. Un desiderio che ha tracimato la tendenza di un’epoca, il Medioevo, durante la quale ancora non si era sviluppato il culto per le personalità illustri, né l’abitudine di scrivere le vicende del singolo, che si riteneva comunque e sempre «strumento» e «tessera» di una storia piú grande, animata da un disegno piú alto e provvidenzialistico. L’affetto, l’ammirazione e l’attaccamento personale degli uomini che conobbero Francesco mutarono questa tendenza, perché essi furono spinti a farsi testimoni della sua vicenda.

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