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20 Aprile 2017

UN'AVVENTURA SENZA TEMPO

I cavalieri della Tavola Rotonda e il loro re, Artú, rappresentano la quintessenza di quanto c’è al mondo di piú nobile, puro e generoso. Non sono però imparentati con gli dèi, a differenza degli eroi germanici e dei loro predecessori di altre civiltà. Sono uomini, con tutte le passioni, gli slanci e anche le debolezze che la natura umana comporta. In questo limite risiede in realtà la loro forza, che non li rende sempre invincibili in battaglia, ma insuperabili nell’offrire alla fantasia di chiunque un appiglio per potersi identificare in essi. È il segreto della loro popolarità, mai decaduta nei secoli, e oggi viva piú che mai, come dimostra il successo di film, libri, pubblicazioni divenute di per se stesse un «genere».

Il legame tra le piú inverosimili gesta e le azioni piú comuni, tra le piú alte idealità e i sentimenti piú terreni, rende accessibili e familiari alla sensibilità dell’uomo contemporaneo i cavalieri di Artú. Il loro stesso giuramento esprime valori di un’attualità elementare, come la solidarietà, la lealtà, la pietà per il proprio stesso nemico, dei quali la società d’ogni tempo – e di oggi piú che mai – avverte uno struggente bisogno. Non escogita un’etica complessa, non elabora nuovi teoremi morali, ma semplicemente impone di non ricorrere mai alla violenza senza un giusto scopo, di non abbassarsi all’assassinio e al tradimento, di non negare misericordia a chi ne facesse richiesta. Con uno speciale accento sull’obbligo di proteggere i deboli contro qualsiasi prepotenza, facendo valere i diritti delle donne, delle vedove e dei fanciulli indifesi, senza mai battersi – è da sottolineare – per vantaggio personale.

Sono principi nella cui legittimità è naturale riconoscersi per ogni società civile, oggi come in passato. Ed è significativo che nello spirito di Artú avessero per esempio voluto specchiarsi durante la seconda guerra mondiale i piloti della RAF (Royal Air Force, l’aeronautica militare del Regno Unito, n.d.r.), chiamati a duellare sulla Manica contro un nemico che rappresentava il male nella sua forma piú assoluta dell’odio politico e razziale, della volontà di sterminio, del ricorso alla forza contro il diritto.

Nella saga di Artú, il male e il bene non sono un’astrazione, ma la sintesi vitale di due realtà contrapposte, che convivono in una medesima impresa. Nella sua volontà di perseguire il bene, infatti, il cavaliere è perennemente insidiato dal male. E quelli che soccombono sono assai piú di quanti riescono ad avvicinarsi alla meta che si sono prefissati, sia pure solo intravedendola, senza tuttavia raggiungerla.

Il punto di forza della leggenda è nel rappresentare questa lotta squisitamente interiore in termini spettacolari, raffigurando materialmente l’oggetto della ricerca nella mistica coppa del Graal, entro cui venne raccolto il sangue sgorgato dalle ferite del Cristo. Cosí, come sospesi tra cielo e orizzonte, i cavalieri percorrono le vie del mondo attraversando metaforiche foreste, vincendo incantesimi e talvolta perdendosi nel labirinto delle proprie visioni, al solo scopo di ritrovare una reliquia che è la sintesi estrema di ogni bene.

Perennemente in armi e in preghiera, perennemente tesi alla realizzazione di un sogno, perennemente impediti dalla loro umana imperfezione, i cavalieri di Artú sono gli eroi di un’avventura senza tempo, intessuta di simboli e di segni misteriosi. Decifrarli può aiutare l’uomo del Duemila come quello di un remoto passato a capire se stesso.

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